CATERINA CIVALLERO

E MARIA LUISA ROSSI

 

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C. CIVALLERO 339 1461010  

 

 

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WILSON, Forza Tom!

12-03-2020 13:06

Civallero Caterina e Maria Luisa Rossi

News,

WILSON, Forza Tom!

WilsonTratto da MODALITA GEMELLARE Di Caterina Civallero e Maria Luisa Rossi «In una vita ordinaria gli eventi straordinari possono cambiare la vita d

Wilson

Tratto da MODALITA GEMELLARE Di Caterina Civallero e Maria Luisa Rossi

«In una vita ordinaria gli eventi straordinari possono cambiare la vita di un uomo per sempre e pensare che sia un pallone a salvarti la vita quando ormai sei disperso, e aspetti solo di morire, perso nell’immensità del mondo, naufrago sputato su un’isola sperduta come un boccone indigesto dalle onde capricciose di un mare feroce che avido ruba, alle acque dell’oceano, relitti che poi nasconde fra le rive di una terra inospitale, come fosse convinto che nascondendo lì il suo bottino mai nessuno lo potrà trovare, quando sei stato scambiato per un oggetto da accumulare agli altri, quando ormai ti è chiaro che nessuno verrà a cercarti, che nessuno ti crede vivo, e pertanto anche tu stenti a credere di esserlo, ecco che compare lui, un amico, un amico di sangue, un fratello, un compagno un’ancora di salvezza. Lo vedi, poi lo guardi, e sai che è lui, anche se è solo un pallone da volley macchiato del tuo stesso sangue che è sgorgato da una ferita alla mano, una ferita procurata nel tentativo di sopravvivere ancora un giorno. E anche se quel pallone non parla, né mai ti parlerà, sai che puoi comunicare con lui, e sai, comprendi, conosci, che non sei solo, e scopri nel medesimo istante in cui percepisci tutto questo, che mai lo sei, mai lo sei stato, mai più lo sarai. È l’incontro con lui, metafora e dono divino, il vero incontro, l’incontro che fra tutti è il vero Incontro, quello che ha la I maiuscola, l’Incontro che scuote che modella e armonizza il senso di ogni cosa. Lo vedi e lo ri-trovi, sai che è lui da sempre, che tutto ciò che hai conosciuto nella vita non era altro che il vano tentativo di ri-trovarlo e sai che senza lui, o senza un suo surrogato, non puoi vivere, non puoi sopravvivere. Poiché l’amore è celato laddove lo puoi sempre trovare, ovvero in ogni cosa, non puoi nemmeno restare stupito quando volgi lo sguardo a lui e a lui ti affermi. Era lì, è stato sempre lì, solo adesso hai scelto di vederlo».

 

            È così che Chuck Noland, dirigente operativo della FedEx, interpretato da Tom Hanks in Cast Away[1]– naufrago di un incidente occorso all’aereo su cui viaggiava la notte di Natale – incontra Wilson, pallone da beach volley che insieme alle scatole trovate sulla spiaggia diventa il suo equipaggiamento di sopravvivenza per cinque anni. Wilson è la candela accesa nel buio della vita. È la luce che rassicura, la sensazione di non essersi persi davvero, la convinzione netta, profonda, solida, di essere sostenuto, contenuto, compreso, di far parte di un sistema; Wilson è la conferma di esistere, di essere. Esistere attraverso l’altro, poiché nell’altro mi specchio, mi vedo, mi misuro. Con l’altro ingaggio un volo fra aquiloni, una gara, un gioco, una staffetta, una danza, una corsa a chi arriva primo senza dare importanza di chi vincerà. L’altro che mi permette di sentirmi uno, che mi dà la certezza di esistere. L’altro come un Dio, che invento pur di non sentirmi solo. Anche Dio è un’immagine, cioè un’idea, che nasce dall’intuito. E se Dio è un’idea dell’uomo e questo mio altro è fatto, come me, a immagine e somiglianza di Dio, allora dall’idea che ho di Dio prende vita l’immagine che ho di me. E siccome il mio destino dipende strettamente dall’idea che ho di me, ne consegue che l’idea che ho di Dio è fondamentale per determinare il mio destino, per determinare la mia vita e come la voglio vivere. Niente che non sia stato immaginato dall’intuito può accadere su questo pianeta, noi facciamo ciò che gli Dei fanno nell’eternità.

Il mito è il fondamento dell’esperienza umana sulla terra, e la natura parla un linguaggio poetico che è mito.

            Così quel mio fratello di plastica è la manifestazione concreta del mio gemello mai nato, il mio Dio, che è sempre stato uno spirito potente e irrequieto, uno spirito che come tutti gli spiriti dei morti che non hanno avuto sepoltura, che non hanno potuto essere pianti, vive cercando un posto nel nostro cuore e trovano ogni stratagemma pur di manifestarsi a noi. Esso compare nella nostra vita quando stare soli diventa un pericolo, quando lo stesso sistema biologico è a rischio. Nella modalità della sopravvivenza io trovo mio fratello e gli do voce, o lui la pretende, e mi trovo comunque a vivere come di fronte a uno specchio dove le decisioni vengono prese insieme, dove il discorso da monologo diviene dialogo, dove il mio volo solitario diventa coreografia e duetto o duello.

Su quest’isola Chuck dà un valore nuovo a quello che da sempre è il suo motto: «Mai e poi mai ci permettiamo il peccato di voltare le spalle al tempo».

            Wilson tiene in vita Chuck e lo spinge e lo sostiene nel costruire una zattera per poter tornare nel mare della vita a cercare un posto. Proprio quando la barriera corallina, che metaforicamente funge da barriera e ostacolo, da esilio e prigione, viene oltrepassata, Wilson si libera da Chuck e torna all’oceano da dove era venuto. Quando Chuck se ne accorge si getta nel mare per riprenderlo e tenerlo con sé. Nel vano tentativo di recuperarlo, in una scena straziante. Chuck si getta fra le onde e nuota affannosamente verso Wilson, lotta contro la corrente, contro le onde e cerca di riprenderlo mentre grida continuamente: «Scusa Wilson! Wilson! Scusami! Scusami Wilson! Wilson scusami! Scusami! Wilson! Non ce la faccio! Wilson! Wilson!» e piange e si dispera e soffre, poiché già sa che non possono stare più insieme, anche se sempre saranno un’unica cosa.

            Il momento in cui Chuck comprende che non potrà raggiungere Wilson è il punto focale di tutto il tema legato all’integrazione della “sindrome del gemello che resta”: in un attimo si gioca tutto e può addirittura affrontare il “reef” o qualunque fosse il suo “conflitto dominante ricorrente” e tornare sull’isola, tornare indietro; o può scegliere di perdere tutto, anche la vita pur di non perdere Wilson, oppure può scegliere la via del coraggio, effettuare il salto quantico: un vero salto nel buio, un gesto di fede che gli permetterà di affrontare la perdita nell’attesa che arrivi una nave a recuperarlo.

In quel momento, nel momento della scelta, Chuck sa perfettamente che Wilson non gli appartiene, non gli può appartenere perché adesso è integrato, è dentro di lui, Wilson è diventato esperienza, percezione; è la sua forza. È un dato acquisito e sperimentato. E così Chuck Noland compie la sua scelta: dopo essersi gettato in acqua per andare verso Wilson, si volta e torna indietro a recuperare la cima della zattera, perché è sua intenzione salvarsi, e salvare anche Wilson, ma quei pochi secondi spesi per nuotare verso la salvezza allontanano fra le onde Wilson che va verso il suo destino. Chuck nemmeno si accorge di aver scelto, poiché la scelta è figlia di un’evoluzione che è già avvenuta sull’isola, è una spinta biologica.

In questo film è racchiuso il senso di una grande vittoria, la vittoria della vita.

            Troviamo meraviglioso questo mondo magico che è la cinematografia, e anche se spesso potrebbe sembrare che nei nostri libri ne facciamo abuso è solo per poter arrivare a mostrare in tutti i linguaggi possibili ciò che anche Robert Zemeckis, il regista, e l’attore Tom Hanks vogliono manifestare con tutti i loro talenti: ovvero offrire e tradurre attraverso le immagini, o l’evocazione di immagini, il linguaggio delle emozioni viscerali che vivono intrappolate negli abissi delle nostre anime, poiché ascoltandole possiamo scegliere e comprendere arrivando ad affermare ciò che ChuckNoland pronuncia una volta tornato alla vita di prima: «…E adesso so cosa devo fare, devo continuare a respirare, perché domani il sole sorgerà e chissà la marea cosa può portare…».

 

[1] Film diretto da Robert Zemeckis nel 2000.

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