CATERINA CIVALLERO

E MARIA LUISA ROSSI

 

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LA DIVERSITA'

30-03-2022 11:06

Civallero Caterina e Maria Luisa Rossi

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LA DIVERSITA'

Einard interpreta il ruolo del pittore danese, combattuto fra l’identificazione personale in un corpo maschile e la sua reale necessità biologica di esprimersi

 

 

 

«Quando non si vede bene cosa c’è davanti, viene spontaneo chiedersi cosa c’è dietro».

N. Bobbio

 

 

 

L’ossessione di appartenere a un corpo che non è il nostro, che non sentiamo nostro, il desiderio di uscire dalla pelle e trovare una collocazione funzionale per esprimersi, per respirare, questo è alla base del disagio della transizione, ovvero il percorso definito “transgenderismo”. I nostri ragionamenti, i test, le interviste raccolte per la stesura di questo libro, ci portano a documentarci con perizia su un argomento molto delicato, che scegliamo di introdurre attraverso le emozioni suscitate dal film The Danish Girl (anno 2015 diretto da Tom Hooper) tratto dal romanzo La Danese dello scrittore e editore statunitense David Ebershoff, che si ispira alla storia di Einar Wegener e Gerda Wegener (nome da nubile Gottlieb) pittore paesaggista lui e ritrattista lei. L’attore britannico Eddie Redmayne, premio oscar come migliore protagonista nel film del 2015 La teoria del tutto (2014), interpreta il ruolo del pittore danese, combattuto fra l’identificazione personale in un corpo maschile e la sua reale necessità biologica di esprimersi come donna.

La coppia vive in un piccolo appartamento nel cuore di Copenaghen, teatro di quello che all’inizio sembra essere soltanto un gioco. Gerda veste Einar da donna e lo trucca, per gioco; si presentano a una festa. Nasce così, nel tentativo di celare un disagio, mascherandolo ludicamente, il personaggio di Lili Elbe, una donna affascinante dalle movenze intensamente sensuali e dallo sguardo erotico che può manifestarsi attraverso questa copertura nella società. L’alter ego di Einard, una volta portato in luce, scatena tutta la sua potenza vitale e per i due pittori inizia la fase di scioglimento della coppia. Lili nel tempo ha sempre più difficoltà a rientrare nei panni di Einard, e il sostegno della moglie Gerda, che gli rimane accanto come amica, gli consente di partire per un viaggio delicato, e a tratti atroce, destinato a traghettarlo sulla nuova sponda del suo percepirsi. I primi medici consultati per affrontare il problema trattano Einard Wegener come un semplice schizofrenico o come un pervertito; sarà il Dottor Warnerkros, interpretato dall’attore Sebastian Koch, a indicare a Lili la possibilità di intervenire chirurgicamente per acquisire la sua vera identità sessuale.

Come spesso accade quando si è in sindrome del gemello, (perché noi avanziamo questa ipotesi a riguardo di questa storia), Lili ha fretta di concludere la sua missione. La spinta che muove Einard ad agire verso Lili, è esagerata, e poiché la pressione sociale e morale dell’epoca – siamo negli anni Venti nel nord Europa – è altrettanto intensa, nasce un conflitto che semina l’odore della sconfitta.

Einard viene ricoverato in clinica per l’intervento che cambierà il suo sesso.

Ma il corpo di Einard non si è ancora ripreso dall’intervento di orchiectomia e la seconda operazione in cui subisce una vaginoplastica si conclude con una serie di complicazioni: in un corpo in transito, dove Einard si sente Lili, e come Lili si percepisce, la parte biologica di Einard è senza timone poiché negata.

Le difese immunitarie crollano, il sistema è in tilt. Questa imprudenza paralizza l’innata capacità di autoguarigione, elemento determinante nella fase postoperatoria. Potremmo dire che Lili Elbe muore non appena nega Einard per diventare Lili Elbe.

Einard, in tutta la fase di transizione, scompare inesorabilmente lasciando un flebile ricordo di sé, mentre Lili entra in scena con una prepotenza che surclassa Einard in maniera letale.

Non c’è accordo. Manca l’accordo di potenza, manca l’integrazione. Nel tentativo di giungere a manifestarsi nella nuova identità sessuale s’inscena una distruzione repentina e fallimentare dell’identità precedente.

Poiché per vivere occorre venire a patti con la vita, e iniziare a discutere con la vita, entrambi dimenticano un dettaglio per l’appunto vitale. Lili può manifestarsi nel corpo di Einard solo riconoscendo Einard e ringraziandolo. Così come la negazione iniziale della vera natura lo spinge verso una strada di sofferenze emotive e poi fisiche nel tentativo di esibirsi e dichiararsi, Lili nega totalmente la figura e l’esistenza di Einard. Lottare all’interno di uno stesso corpo porta alla distruzione dello stesso, in questo caso la duplicità sessuale può essere paragonata a una malattia autoimmune o a una neoplasia invasiva. Sono il tormento, la paura e l’auto-discriminazione, il giudizio virulento di sé, i veri colpevoli di questo decesso. A uccidere Lili non è il bisturi, ma la ferocia e la rigidità con cui Lili stessa cerca di annientare Einard. Volerlo cancellare completamente la priva di quella scintilla vitale che è il vero nutrimento biologico dell’essere. Occorre, crediamo, far pace e trovare un accordo fra le parti, fra le nostre parti, per potersi manifestare nella propria complessità e interezza. Solo riconoscendo a ogni nostra parte il suo giusto ruolo è possibile trovare accordo, benedizione, approvazione.

Lili, e la sua morte, aprono una nuova strada nel percorso di transizione sessuale che per diritto l’uomo può scegliere di percorrere. La legislatura in merito, attualmente, ha modalità differenti a seconda dello stato a cui ci si rivolge, e non consiste solamente nella ri-assegnazione chirurgica del sesso, anche nel caso di persone intersessuate, ovvero che nascono con entrambi gli organi sessuali (probabile manifestazione cromosomica molto varia che si potrebbe ricondurre, in alcuni casi specifici, al concetto di chimerismo genetico). La vera transizione è portare fuori ciò che è dentro, adeguando la propria interiorità fisica ed emotiva alla propria esteriorità, manifestazione tangibile di uno stato dell’essere. Fare coming out è un movimento molto complesso. Le famiglie e la cerchia di persone con cui viviamo possono diventare scudo, sostenendoci, o banco degli imputati, condannandoci, a seconda di quella che è la propria storia culturale e morale. Occorre precisare che essere transgender non è un comportamento sessuale, ma una necessità biologica. Potente e diretta come ogni necessità biologica e pertanto imprescindibile.

Come imprescindibile è la dismorfobia, ovvero uno dei disturbi somatoformi associati al disturbo ipocondriaco che si manifesta con un’alterata, e spesso irrimediabile, visione distorta del proprio aspetto fisico. Ne sanno qualcosa i chirurghi estetici e i medici specializzati in medicina estetica che spesse volte si trovano a dover frenare le smanie di quei pazienti in cerca di perfezione e che per ottenerla sarebbero disposti a tutto, anche a rinunciare ai lineamenti umani in favore di una perfezione animalesca che si trova, di solito, nei felini. In alcuni soggetti questa smania, o forma fobica, si esprime anche attraverso l’incapacità di tessere relazioni interpersonali equilibrate. Lo stress emozionale vissuto da queste persone in sindrome è così elevato che può toccare i vertici di comportamenti disallineati dalla naturale propensione auto-conservativa. A questa condizione si possono agganciare altri fenomeni fobico-ossessivi a danno della salute che possono evolvere in anoressia e bulimia, due facce interpretative della stessa medaglia comportamentale.

Indipendentemente dal consenso che otterrà questo articolo, il nostro intento resta mostrare attraverso le immagini – spesso scegliamo film o racconti famosi, oppure storie di personaggi del mondo dello spettacolo o della letteratura – il senso del discorso legato alla sindrome del gemello che resta e alle sue implicazioni fisiche ed emotive, per permettere al lettore di comprendere velocemente. A chi ci chiede cosa intendiamo per integrazione parliamo di dis-integrazione, poiché raggiungere la certezza di aver ben spiegato si cela spesso nel lasciar percepire il contrario di cosa si vorrebbe affermare. Se non bastasse citiamo il famoso romanzo inglese Il ritratto di Dorian Gray opera fra le più note dell’impareggiabile Oscar Wilde, autore che non necessita di presentazioni. In questo romanzo, datato 1890, che ha dato spunto a numerose interpretazioni teatrali e cinematografiche[1]. Wilde dimostra come le parti di noi che vengono isolate restano compresenti nella nostra vita e, anche se non manifeste, germogliano all’ombra come a pretendere di essere fuse alla gemma da cui sono state separate. Un richiamo che spinge le parti di noi a cercarsi in eterno fino a trovare la modalità per ricongiungersi, anche a danno della vita stessa. Negare la materia o l’energia di cui siamo fatti è un movimento pericoloso e dannoso, spesso letale.

[1] L’ultimo Dorian Gray fu diretto da Oliver Parker nel 2009.

 

Questo testo è tratto dal libro MODALITA' GEMELLARE disponibile anche in ebook

«Tempo addietro non esistevano, come adesso, soltanto due sessi (il maschile e il femminile), bensì tre, tra cui, oltre a quelli già citati,il sesso androgino, proprio di esseri che avevano in comune caratteristiche maschili e femminili. In quel tempo, tutti gli esseri umani avevano due teste, quattro braccia, quattro mani, quattro gambe e due organi sessuali ed erano tondi. Per via della loro potenza, gli esseri umani erano superbi e tentarono la scalata all’Olimpo per spodestare gli dei.

Finalmente Zeus ebbe un’idea e disse: “Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero, diventeranno più utili a noi”».

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